Verso la fase due: i servizi veterinari l’attività più a rischio |

La figura del medico veterinario ha subito una grande evoluzione nel tempo, a seguito dell’evoluzione dello scenario in cui viviamo e delle relazioni che nutriamo nella nostra vita quotidiana. Al centro del cambiamento, c’è il riposizionamento della nostra specie nei confronti degli animali, un tempo funzionali a procacciare il cibo o collaborare nella vita rurale e per le attività lavorative ed oggi, invece, protagonisti di una visione relazionale emotiva molto forte. La medicina veterinaria, oggi, in gran parte, cura la salute degli animali domestici come se fossero membri a pieno titolo delle famiglie di appartenenza. Non sorprende, quindi, il risultato di uno studio condotto da Banca d’Italia e Istituto Nazionale per le Analisi delle Politiche Pubbliche, secondo cui, nel momento in cui entreremo nella fase due della pandemia, la professione veterinaria sarà quella maggiormente esposta al rischio di malattie e infezioni. In questa classifica, i medici veterinari precedono, nell’ordine, quelli ospedalieri, gli odontoiatri, gli operatori nell’ambito dell’assistenza residenziale e i medici di base.

“Questo documento – commenta la dottoressa Cristina Aliano – probabilmente per la prima volta mette sullo stesso piano in maniera così netta la medicina umana e quella veterinaria. Questo accade nonostante nel nostro Paese la medicina veterinaria non solo non sia stata sufficientemente presa in considerazione per il contributo che poteva offrire nell’affrontare la pandemia, ma neanche per ricevere adeguati mezzi di protezione individuale per affrontarla in sicurezza. Eppure, gli animali domestici sono considerati, anche se ancora non ai fini giuridici, componenti a tutti gli effetti della famiglia, per i quali si pretendono diagnosi sempre più specialistiche”. Benché il Governo abbia dichiarato il lockdown del Paese dallo scorso 9 marzo, le emergenze non hanno fermato le attività veterinarie. La stessa Cristina Aliano è stata particolarmente impegnata: “Facciamo lo stesso lavoro che fanno i medici umani, abbiamo fatto un giuramento, salviamo vite, quelle degli animali. E non ci tireremo indietro nemmeno durante questa pandemia. Ci siamo adattati a lavorare per interi turni con mascherine, guanti e visiere, comprendere le emozioni dei proprietari quando comunichi che non possono entrare in sala visita, cercare di avere quante più informazioni possibili durante il triage ed evitare di esporli ulteriormente ad altre fonti di contagio, consapevoli che noi siamo vere e proprie fonti di contagio”. Non c’è dubbio che le politiche pubbliche, anche alla luce dei più recenti studi, dovrebbero essere chiamate ad una maggiore attenzione sia in termini di norme che di incentivi nei confronti della professione veterinaria. “Queste analisi – commenta Andrea Brancato (Anca Lab) – serviranno per riaprire con sicurezza, ma anche per sapere chi dovrà essere sottoposto a tracciamento e analisi anticorpali con maggiore frequenza, per prevenire altri focolai. In questo momento, analisti, virologi e infettivologi sono chiamati a fare attente valutazioni per definire se dare inizio alla cosiddetta fase due e come. In ogni caso, ritengo prioritario il fatto che venga reso obbligatorio l’uso di guanti e mascherina e che prima ancora vengano resi questi dispositivi di protezione accessibili a tutti, anche a prezzi modici. Alcune regole saranno determinanti per ridurre l’afflusso all’interno delle attività, limitando ancora le possibilità di contagio”.

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