La lunga attesa del tampone |

Siracusa, 8 aprile 2020. Cerco sul mio smartphone tra vocali e messaggi alcune storie da raccontare. Per capire. Per rilanciare i problemi da risolvere, i nodi da sciogliere.

Il 25 marzo il signor A., con più di settant’anni, accusa un malessere per cui si reca al Pronto Soccorso dell’ospedale e poi in Medicina e Geriatria. Rientrando a casa, inizia la febbre. Dopo di lui, si ammalerà la moglie G. , anche lei over settanta. Attraverso il call center dedicato chiedono il tampone, così come fa il medico curante con due successive email. Nessun riscontro. L’8 aprile, oggi, all’aggravarsi della tosse e senza alcun cedimento della febbre, i familiari hanno chiamato l’ambulanza. Questa è la storia che mi ha raccontato S.C. Sono i suoi suoceri. Resto in attesa di avere notizie nelle prossime ore.

Il 3 aprile mi scrive S.G., immunodepressa, a casa con febbre. Ha chiamato tutti i numeri forniti dalle istituzioni. Nessun tampone. E’ ancora oggi a casa con febbricola, occhi che bruciano, astenia e tosse.

Il 5 aprile mi scrive A.S. , raccontandomi che suo suocero quindici giorni prima è stato ricoverato risultando positivo al Sars-Cov2 (così si chiama il virus). Il suo compagno e sua suocera, a due settimane dal contatto, aspettando ancora di fare il tampone. Ancora oggi è così.

Lunedì mi scrive M.M., abita in Borgata, è in quarantena da oltre due settimane, perché è tornata da Malta il 17 marzo, ancora oggi è confinata a casa. Non ha ricevuto alcun tampone che le permetta di essere restituita a quelle, poche, attività indispensabili che vengono permesse.

Poi c’è l’Umberto I. Ieri ricevo da un infermiere un messaggio con cui mi racconta che alla sola collega D.L., in “Medicina”, è stato fatto il tampone (ed è risultata positiva), ma che non è stata eseguita “a tappeto” l’indagine su tutti i reparti di “Medicina”, “Geriatria” e “Stroke”.

Sono alcune delle storie che giorno per giorno trovano in me orecchie attente ad ascoltarle. Potrei continuare con altre, ma queste esemplificano tanti casi. Da parte mia c’è l’impegno, sempre, a trasferirle alle istituzioni in modo costruttivo e al fine di trovare un aiuto concreto. Difficile non farsi “uncinare”, non sentire come “proprio” il senso di sfiducia e di attesa che condivido con molti concittadini. Ne parlo col primo cittadino. Le nostre istituzioni sanitarie non possono rincorrere il virus. Avremo casi che nessuno di noi saprà essere stati oggetto di Covid-19 (così si chiama la malattia). E’ doveroso fare tamponi fino a risalire a familiari e contatti più recenti. E’ necessario dare il via libera ai test sierologici sul territorio. Non si può tenere la popolazione sul collo dell’imbuto di un solo laboratorio di analisi (privato) in tutta la provincia e accreditato (solo) per i tamponi provenienti dall’ospedale.

Michele Mangiafico

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