La politica dovrebbe comprendere i fenomeni in atto, dovrebbe essere in grado di prepararli e d’indirizzarli, insomma, dovrebbe fungere da bussola per indicarci quale rotta intraprendere.
Invece, la compagine politica è costituita da personaggi che, abbandonato ogni sussulto riformista, continuano ad arroccarsi in inconciliabili posizioni ideologiche.
L’ideologia diventa il refugium peccatorum di aspiranti statisti che non avendo gestito nemmeno il chiosco di paese si trovano oggi a gestire il Paese.
Ed eccoli questi statisti, sin dalle prime luci dell’alba, sbarbati e imbellettati, ospiti di borghesi salotti televisivi a discettare di comunismo e fascismo, di democrazia e autoritarismo.
I toni sono esasperati e, del resto, possiamo anche comprenderlo, visto il peso degli argomenti trattati.
Come riuscire a mantenere la calma mentre si discute di derive leniniste o fasciste a seconda della intensità del rossore dell’alba del mattino?
Come si fa a non urlare, a non cedere alla collera, si badi, nel 2020, in difesa di attacchi colonizzatori e di derive assolutiste dello Stato?
Nel frattempo, in una casupola di periferia, un pensionato, ascoltando questi importanti dibattiti, dopo aver terminato la sua minestra, capisce che le sue preoccupazioni sono infondate.
L’attento anziano di periferia, non avendo le scuole alte, grazie ai dotti interlocutori, ospiti di quei dibattiti che segue senza lasciarsi sfuggire una virgola, si rende conto che non deve preoccuparsi del figlio laureato a casa senza lavoro, perché la politica si sta occupando di cose serie, insomma, delle sorti democratiche del Paese che tanto ama.
La deriva autoritaria, la colonizzazione dello stivale, l’imperialismo sono i veri problemi per cui vorrebbe scendere in piazza, magari a fianco di qualche sardina, se solo non soffrisse di sciatalgia e reumatismi vari dopo decenni di lavoro in fabbrica.
Ricorda, seppur con amara nostalgia, gli anni del miracolo economico del ’58, gli anni del boom.
Anni in cui il consumo di carne a persona si triplica e la televisione inizia ad entrare nelle case degli italiani, nonostante Pio XII, in un celebre messaggio, la rappresentasse come deleteria e malefica, ritenendola un pericoloso mezzo attraverso cui s’insinuava tra le pareti domestiche un’atmosfera di materialismo, fatuità ed edonismo.
Tuttavia il simpatico vecchietto è fiducioso. E del resto sta anche assistendo alla grande kermesse in corso a Villa Pamphilj ove l’intellighenzia italica è riunita per tracciare il cammino da intraprendere.
E mentre in Villa si servono artefatti campari e martini, il nostro vecchietto sorseggia un buon vino di casa, forse per ottundere la mente, scambiando con la moglie qualche battuta empia di dialettalismo, emblema del mondo primitivo e genuino che lo contraddistingue.
Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur, mentre la classe politica non riesce a prender consapevolezza dei fenomeni in atto, la televisione, ospite fisso ed aureo commensale delle tavole italiche, spiega al popolo i veri problemi del Paese.

DAMIANO CARACCIOLO

Il VECCHIETTO, LA TV E VILLA PAMPHILJ

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