Il quadro politico che osserviamo quotidianamente è patetico.
L’analisi del quadro, tuttavia, non ha come scenario la piazza michelangiolesca del Campidoglio ma, al più, l’osteria di paese.
Invale, infatti, tra i più, un peculiare -a tratti balordo- modo di procedere e d’argomentare: il cagionevole stato di salute del nostro Paese e la sua scarsa capacità di guarigione sono da imputare, in ultima analisi, alla pochezza ed alla modestia -eufemisticamente parlando- della classe politica attuale.
“Se ci fossero i politici d’una volta!” è la frase continuamente ripetuta, direi abusata, da una claque d’osservatori d’ogni età.
Insomma, il Paese è malato, ma i medici, rispetto agli Ippocrate di ieri, non solo non sono adatti a curarlo, ma addirittura ne aggravano la condizione.
Certo, ieri -e per ieri intendiamo il secondo dopoguerra- Alcide De Gasperi aderiva alla Nato, Palmiro Togliatti, attuata la svolta di Salerno nel 1944, poneva le basi per la costruzione di un grande partito di massa, Giuseppe Saragat, in contrasto con le scelte filo-comuniste del segretario del partito socialista Pietro Nenni, poneva le basi della inevitabile scissione di palazzo Barberini del ’47 e Luigi Einaudi, futuro presidente della Repubblica e regista della politica economica di De Gasperi, s’attivava per allentare la morsa dell’inflazione.
Oggi Renzi si traveste da Fonzie, Salvini decide la caduta dei governi in preda a deliri bacchici al Papeete, Giorgia tiene a ricordarci che è una donna e madre cristiana, Di Maio, definita la Russia un paese mediterraneo, ci parla d’un Pinochet venezuelano e Zingaretti continua ad esser ricordato per essere il fratello di Montalbano.
Il confronto dei due quadri, ieri e oggi, è ictu oculi avvilente.
Limitarsi a cedere al fascino nostalgico dell’età dell’oro della politica italiana, serbando rancore e amarezza per l’oggi, è altrettanto avvilente.
Sarebbe come dire che mentre il popolo di ieri era in grado di mettere al comando una classe dirigenziale dal grande spessore culturale, gli elettori di oggi, invece, non hanno un bagaglio culturale tale da consegnare il Paese ad un dotto Legislatore.
Quindi -e accedo alla tesi del ricordo del tempo felice- se è patetico il confronto tra le classi dirigenziali, lo è altrettanto quello fra gli elettori, di ieri e di oggi.
Eppure, dati e statistiche sull’evoluzione culturale del popolo italiano dicono altro.
Siamo seri! Curiosità, non nostalgia.
Nessuna analisi può prescindere da due dati: è cambiato il mondo e non ci sono più i partiti.
I partiti politici, fine filtro a maglie strette per la selezione della classe dirigente, erano il grande trait d’union tra lo Stato e il cittadino.
In un mondo diviso dal muro di Berlino e da due visioni opposte della società, i partiti erano impegnati in una battaglia culturale per imporre la propria visione del mondo.
V’era insomma uno scontro ideologico e culturale che i partiti interpretavano e spiegavano al grande pubblico.
Caduto il muro, l’imperante globalizzazione ha portato al funerale delle ideologie, del pensiero e, in ultima analisi, dei partiti che non devono più spiegare al proprio elettorato quale visione della società propongono.
Oggi è la società del frigorifero a rate, del consumismo imperante, dell’usa e getta di elettrodomestici, affetti e valori.
Risulta quindi difficile dividersi ideologicamente se tutti viviamo allo stesso modo nella medesima società e con la medesima visione del mondo.
E diventa caricaturale leggere l’oggi con le ideologie di ieri.
I partiti, un tempo strutture capillarmente inserite nei territori, erano in grado di selezionare e formare la classe dirigente da una parte e di educare e -perché no- indottrinare l’elettorato dall’altra.
V’era una dialettica!
Oggi vi sono movimenti e congreghe che discutono del sesso degli angeli. Nel frattempo il modello di società che abbiamo abbracciato ci sta fagocitando giorno dopo giorno.
A noi elettori non resta che essere pro o contro immigrati, se non altro abbiamo l’impressione d’avere visioni diverse -rectius- d’avere una visione.
Null’altro.
Per dirla con Gaber -con enorme nostalgia- e pensare che c’era il pensiero.

DAMIANO CARACCIOLO

Ieri e Oggi

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