Gli italiani non hanno mai avuto una comune idea di nazione, anche se fin dal Risorgimento, per oltre un secolo, il mito di una Grande Italia ha influito sulla loro esistenza. Sono state molte le Italie degli italiani, divise da ideologie antagoniste, sfociate talvolta in guerra civile. Questa tesi risulta avvalorata dai contributi di autorevoli esperti di storia contemporanea.
Il più grande studioso del fascismo, Renzo De Felice, nel 1987, osserva che le radici del nostro paese sono ignorate dai più, per cui esso si riduce ad un contenitore, che dovrebbe assicurare soltanto alcune regole per vivere e per lavorare.
Certo è che nei primi cento anni di unità si hanno molte Italie, ciascuna con una propria ideologia della nazione, della politica e dello Stato, che la contrapponeva alle altre, convivendo in un rissoso antagonismo, che minacciava di degenerare, e talvolta effettivamente sfociò, in guerra civile. Nel periodo monarchico a protestare contro l’Italia unita erano cattolici, socialisti e repubblicani: nel 1846 il piemontese Giacomo Durando spiegò cosa si intendeva per nazionalità italiana in un’opera che si intitolava appunto Della nazionalità italiana. Lo studioso sostiene che le caratteristiche geografiche avevano contribuito a mantenere divise le “razze” italiane, che a suo parere formavano delle subnazionalità. La nazionalità italiana sarebbe per lui composta da tre elementi principali: il padano, l’appenninico e l’insulare, che non si erano “né fusi né molto intrecciati”. E due anni prima Cesare Balbo aveva affermato che l’Italia raccoglieva da Nord a Sud province e popoli così diversi tra sé come sono i popoli più settentrionali e più meridionali d’Europa. Durante il fascismo erano accusati di andare contro l’unità del paese gli oppositori al regime; infine, nel periodo repubblicano, il conflitto si riapre tra antifascisti e sostenitori della monarchia e del fascismo.
Ma la tesi per la quale si dovrebbe parlare non di sentimento di unità, ma di contrasti ideologici e partitici è sostenuta con particolare forza e con grande rigore da Norberto Bobbio, per il quale l’Italia non sarebbe più una nazione, nel senso che per lo meno nelle nuove generazioni non esisterebbe più il sentimento nazionale. L’Italia sarebbe diventata poco più di un’espressione geografica e gli italiani sarebbero tornati ad essere un volgo disperso che nome non ha.
Le considerazioni di Bobbio hanno un obiettivo polemico: il saggio di Gian Enrico Rusconi Se cessiamo di essere una nazione uscito nel 1993 da Il Mulino. Ma una cosa che non è mai esistita -osserva Bobbio- non può cessare di essere. E l’Italia, scrive ancora il filosofo nel saggio Quale Italia? una nazione non lo è mai stata. O, meglio, di nazioni italiane ce ne sarebbero state molte, e tutte avrebbero il diritto di essere prese in considerazione quando ci si pone il problema se l’Italia sia una nazione e in quale senso lo sia. Bobbio si pone una serie di interrogativi: l’Italia è stata mai una nazione? E, se lo è stata, in che modo lo è stata? E poi: ammettendo che sia stata una nazione, perché “ora ha cessato di esserlo”? Rispondere è molto difficile, precisa Bobbio, perché il concetto di nazione è molto vago e non c’è un solo modo di sentirsi nazione.
Quando, dopo la Resistenza, si trattò di decidere l’assetto dello Stato italiano, il senso di appartenenza non venne fornito dall’idea di nazione, bensì “dalla fondazione della repubblica democratica”. Il problema non era quello della nazione, era quello della democrazia. Democrazia e sentimento nazionale viaggiano su binari diversi, hanno tempi e modi differenti. Quando giunge a maturazione il processo di democratizzazione, quello di nazionalizzazione perde in parte la sua funzione principale. Anzi, può succedere, come è successo in Italia, che il nazionalismo non venga utilizzato per favorire la democrazia, ma per ostacolarla.
Del medesimo avviso è lo storico Ruggiero Romano che nel saggio Paese Italia spiega che non c’è una storia comune in cui gli italiani possono riconoscersi, ma c’è un’Italia dei colti, che si gloria di avere fra i suoi concittadini Dante, Galileo o Machiavelli. Ma questo non basta. Non serve che a Trento, una volta tornata italiana, sia stato eretto un monumento all’Alighieri per poter dire che quei cittadini abbiano avvertito il senso di appartenere ad una nazione. Questioni spinose, spesso deformate per fini strumentali o per corroborare propositi secessionisti. Ma Bobbio con tutto questo non c’entra. Per lui sul “patriottismo delle nazioni” o degli staterelli prevale il “patriottismo della Costituzione”.
A partire dagli anni Sessanta la situazione si è ulteriormente aggravata tanto che si potrebbe parlare di “oblio” della nazione, in quanto essa non è più avvertita come valore etico-politico.
Se si chiede ai giovani che cosa voglia dire per loro essere italiani, ci si accorge che non è una domanda che li interessi. Il problema li lascia totalmente indifferenti.
È singolare osservare che se ci si interroga su quali elementi tengano oggi uniti gli italiani (in parte la religione cattolica, la nazionale di calcio, le belle donne, il genio creativo, la famiglia, gli amici, il buon gusto, la buona cucina) nessuno di questi è riconducibile alla nozione di Stato nazionale.
I fattori di divisione, invece, a cominciare dalle attuali forze centrifughe (Lega al Nord, Neoborbonici al Sud) che caratterizzano la politica italiana hanno in un modo o nell’altro tutti a che fare con la scarsa assimilazione dell’idea di Stato: uno Stato assente o esoso, cieco e ingiusto, più nemico che amico del cittadino. Il quale proprio per questo lo detesta o lo tiene lontano dalle sue priorità di doveri, accentuando così l’innata tendenza al localismo a all’individualismo. Tendenza, peraltro, che ha componenti storiche ben precise: un territorio più volte lasciato alla mercé delle dominazioni straniere; l’esperienza localistica dell’Italia dei Comuni, cui oggi sembra essersi sostituito un netto spirito campanilistico; la tendenza a rinchiudersi nel “particulare” come già osservava Guicciardini nel XVI secolo; un innato livello di conflittualità permanente (Guelfi e Ghibellini) nonché di delegittimazione dell’avversario (ne sono un esempio i contrasti odierni tra centrodestra e centrosinistra) che è capace di sfociare non di rado in vere e proprie guerre civili, come quella che scoppiò dopo l’8 settembre 1943. E poi gli anni di piombo del terrorismo, il lungo scontro politico tra laici e cattolici sull’esistenza dello Stato della Chiesa, che determinò una crisi al momento stesso della nascita della nazione e del formarsi della sua identità. E infine, componente non meno importante, la scelta elitaria e non di popolo, come sostengono invece altri storici, che portò attraverso il Risorgimento alla proclamazione dell’unità d’Italia nel 1861.
In conclusione che cosa caratterizza una nazione? La lingua? Non solo. La religione? Non solo. La nazione è la fierezza di appartenere a un determinato gruppo. E a noi italiani questa fierezza, secondo molti pensatori, manca: “Per la gente è più importante Coppi che vince il Giro d’Italia di Montale che prende il Nobel”.

Damiano Caracciolo

E se l’Italia non è più una nazione?

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