Cani ospiti intermedi? Ipotesi campata in aria, vengano piuttosto addestrati ad “annusare” il virus |

Quando le domande non hanno risposte, proviamo disagio e prestiamo il fianco a paure. Accade dall’inizio della pandemia da Sars-Cov-2, di cui ancora si sa poco. L’ospite intermedio è uno dei misteri irrisolti di questa vicenda. Nella “Guida per la prevenzione al Coronavirus” edita da Piccin, Wang Zhou, primario dell’ospedale di Wuhan, scrive a pagina 25: “A causa delle sequenze genomiche fra il nuovo coronavirus e il coronavirus trovato nei pipistrelli, che è maggiore dell’85%, è stato ipotizzato che i pipistrelli siano i vettori naturali del nuovo coronavirus. Come l’epidemia di Sars del 2003, è probabile che il nuovo coronavirus abbia un ospite intermedio fra pipistrelli e uomo, ancora non noto”. L’ipotesi su cui lavorano da mesi gli scienziati non è che il “salto di specie” del Sars-Cov-2 sia avvenuto direttamente dal pipistrello all’uomo, ma attraverso un ospite intermedio più vicino all’uomo.

L’identikit dell’ospite intermedio ha fatto fare un salto dalla sedia alla medicina veterinaria quando ieri è balzata in Italia da oltreoceano la notizia dell’esito di uno studio condotto dal professor Xuhua Xia (nella foto, a sinistra), dell’università canadese di Ottawa, pubblicato dalla rivista “Molecular Biology and Evolution”. La notizia viene riportata da ieri sulla pagina ufficiale di Anca Lab, laboratorio di analisi veterinarie. I ricercatori canadesi asseriscono che i coronavirus dei cani hanno una carica di molecole “Cpg” simile a quella del virus SARS-CoV-2. Si tratta delle molecole del virus che inducono la reazione del sistema immunitario. Secondo Xuhua Xia, il passaggio intermedio sarebbe avvenuto attraverso una malattia intestinale di cui avrebbero sofferto i cani randagi. “L’abitudine dei cani di leccarsi l’ano e i genitali potrebbe aver facilitato la trasmissione del virus dal sistema digestivo a quello respiratorio”, conclude lo studio canadese.

E’ uno studio che non convince i medici veterinari. “Non c’è alcuna certezza di quale sia l’origine del virus Sars-Cov-2. Questa incertezza rende meri capri espiatori gli animali che in questa fase vengono individuati come ospiti intermedi. Nutro perplessità anche sui tempi in cui questi ricercatori avrebbero sviluppato il genoma dell’intestino del cane randagio. E cosa avrebbe di diverso dal pet?”. Sono parole della dottoressa Cristina Aliano(nella foto, a destra). In queste settimane Sicilia|Magazine si è avvalsa della sua competenza professionale per districarsi su uno dei principali fronti della pandemia: il rapporto tra uomo, virus e animali. Rintracciamo in Cristina Aliano la capacità di mettere in discussione apodittiche affermazioni che rischiano di indurre atteggiamenti pericolosi: “Per trovare un ospite intermedio è necessario un serbatoio, il paziente zero in cui sia stata possibile la penetrazione e la successiva replicazione del dna virale. Solo dopo, si può parlare di salto di specie. Il motivo per cui si avanza l’ipotesi di una trasmissione dai pipistrelli – ci spiega la Aliano – è perché questi animali hanno una storia evolutiva di milioni di anni e fungono da serbatoi per molte specie di Coronavirus. Se fosse vero il salto di specie verso il cane randagio, quest’ultimo avrebbe dovuto sviluppare degli anticorpi. Il cane, in teoria, possiede già una sorta di immunità nei confronti di beta Coronavirus, quindi avrebbe dovuto formare anticorpi. Ma com’è stato visto nel caso del volpino di Pomerania ad Hong Kong, non vi è stata alcuna sieroconversione, cioè il sistema immunitario non ha reagito come se non fosse venuto realmente a contatto col virus”.

Se consideriamo che in una famiglia su tre c’è almeno un animale domestico – continua Cristina Aliano – con l’elevato numero di persone contagiate, avremmo dovuto iniziare ad avere casi anche nei nostri pets, cosa su cui non ci sono evidenze scientifiche per la diagnosi. Quindi, se l’infezione fosse partita dal cane randagio cinese, stando a quanto detto dai ricercatori canadesi, da quanto tempo era sottoposto al virus? Un tempo tale da permettere adattamento e replicazione per contagiare altri cani. Perché, allora, tutti gli animali che convivono con pazienti covid non mostrano sintomi? Resta sostanzialmente privo di risposta il mistero di quale sia l’ospite intermedio.

Al momento – conclude Cristina Alianoi cani restano solo mere vittime. Eppure, potrebbero venire in nostro soccorso. Mi riferisco all’ipotesi di utilizzo dei cani molecolari per individuare la presenza del virus”. Come si suol dire, a provocazione si risponde con provocazione. Eppure, lungi dall’essere una boutade, l’idea dei cani molecolari è realmente allo studio. L’organizzazione inglese “Medical Detection Dogs” ha già pensato di allenare i propri cani per riconoscere i pazienti affetti dal nuovo coronavirus. Un’idea che nasce dalla collaborazione con la London School of Hygiene and Tropical e la Durham University. Lo stesso team che recentemente aveva collaborato per dimostrare che i cani sono in grado di rilevare la malaria. Secondo quanto anticipato, i cani potrebbero essere addestrati in sei settimane, e saranno disponibili per prestare il loro lavoro verso la parte finale dell’epidemia. L’ausilio dei cani potrà servire a fornire una diagnosi rapida e non invasiva, anche sugli asintomatici.

Michele Mangiafico

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