Cani e bovini potrebbero proteggere dal Covid-19

Il Laboratorio “Ancalab”, centro di riferimento nell’ambito delle analisi veterinarie, si distingue, tuttavia, anche per l’attività di divulgazione delle principali scoperte scientifiche in materia, attraverso la propria pagina facebook, non a caso fortemente indicizzata. Dall’inizio della pandemia da Sars-Cov2, una delle frontiere di indagine che ha tenuto d’occhio con particolare attenzione è stata quella dei rapporti, naturalmente, tra la “specie umana” e le altre specie animali e gli eventuali rischi di contagio.

Da qualche ora, sulla pagina facebook di Ancalab è stato postato uno studio italiano, ripreso dall’associazione nazionale dei medici veterinari, secondo cui l’esposizione a cani e bovini potrebbe permettere una maggiore tolleranza nei confronti dell’infezione da Sars-Cov2. E’ questo, infatti, il frutto della ricerca condotta dal gruppo coordinato dal professor Andrea Urbani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore insieme al professor Maurizio Sanguinetti e pubblicato sulla rivista dell’istituto Pasteur di Parigi “Microbes and Infection”. Lo studio parte dal presupposto che porzioni di antigene (la sostanza riconosciuta dall’organismo come estranea e pericolosa) che possono determinare la reazione degli anticorpi relativi al Sars-Cov2 somigliano a proteine capaci di produrre reazioni immunitarie relative a Coronavirus di cani e bovini. Da questo presupposto, gli scienziati italiani avanzano l’ipotesi che l’immunizzazione umana potrebbe essere mediata dall’esposizione a questi animali domestici. Abbiamo reso più chiari a beneficio dell’opinione pubblica aspetti che coloro che vorranno meglio approfondire dal punto di vista scientifico potranno farlo risalendo alla ricerca stessa.

Secondo le conclusioni degli autori, “gli animali hanno avuto un ruolo critico in questa epidemia e in questa evoluzione. Riconosciuto il loro ruolo fondamentale come serbatoio di virus, potrebbero però agire come benefica fonte di particelle di virus immunostimolanti, fornendo così uno scudo contro la Sars-Cov2 in circolazione”.

In realtà, nel ruolo critico avuto dagli animali alle origini andrebbero stigmatizzate le responsabilità umane. Il “Covid-19” è, infatti, una malattia di origine animale, probabilmente frutto di uno “spill-over” dal pipistrello all’uomo, attraverso una specie intermedia. Vettori di questa trasmissione i liquidi di un ambiente propizio come il mercato umido di Wuhan. Ad alimentare, in generale, questi “salti di specie” oltre che pratiche come quella dei “mercati umidi”, sono anche gli “allevamenti intensivi”, lo stress che producono negli animali, e la necessità di trovare ad essi stessi degli spazi, sottraendoli alle foreste, distruggendo equilibri ecologici in grado di contrastare determinati microrganismi e la loro diffusione. Potrebbe cambiare qualcosa in futuro?

“Il modo in cui oggi l’uomo interagisce con gli animali va rivisto – ci risponde Andrea Brancato (Ancalab) – Si potrebbero chiudere, per iniziare, proprio questi mercati degli orrori. Ma è necessaria una risposta di livello globale ad un problema globale. E’ questo a renderla difficile a causa degli interessi economici in gioco”.

Un’altra opinione raccolta in queste ore – di particolare pregio sotto il profilo etico – è stata quella del medico veterinario Daniele Zappulla: “Sarebbe meglio che i media e i governi facessero più sforzi per far cambiare alle persone le abitudini alimentari (anziché intimorirli sul Coronavirus) andando direttamente all’origine del problema. Se fossimo vegetariani non avremmo: salti di specie, saremmo più sani (e più empatici), non avremmo deforestazione, non avremmo tutta questa CO2, non ci sarebbero milioni di persone che muoiono di fame (perché tutta la terra che si coltiva per sfamare i miliardi di animali macellati ogni anno si potrebbe usare per sfamare gli indigenti africani e asiatici). Milioni di vite salvate e non poche migliaia. Miliardi, se consideriamo anche gli animali”.

Cani e bovini potrebbero proteggere dal Covid-19

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