Aboliamo i “wet market” e restituiamo alla natura i suoi spazi |

Nella “Guida per la prevenzione al Coronavirus” edita da Piccin, Wang Zhou, primario dell’ospedale di Wuhan, scrive a pagina 25: “A causa delle sequenze genomiche fra il nuovo coronavirus e il coronavirus trovato nei pipistrelli, che è maggiore dell’85%, è stato ipotizzato che i pipistrelli siano i vettori naturali del nuovo coronavirus. Come l’epidemia di Sars del 2003, è probabile che il nuovo coronavirus abbia un ospite intermedio fra pipistrelli e uomo, ancora non noto”. Fin dal principio, al termine della mia lettura, ho ritenuto che questo fosse uno dei passaggi principali del libro tradotto per dare utili consigli al mondo occidentale.

Si ritiene che il luogo naturale in cui questi salti di specie possano essere accaduti sia un “wet market”, termine con cui si indica un mercato dove avviene dal vivo la macellazione di animali selvatici con la compresenza di animali domestici e di intensi assembramenti di persone, proprio come a Wuhan. In questi luoghi, virus ignoti all’uomo trovano un’autostrada per fare i salti di specie verso specie impreparate ad accoglierli – come la nostra – trovando un “mercato” di miliardi di persone da aggredire. A questa visione delle cose, superficiale ma evidente, se ne aggiunge una più profonda: questi animali vivono nel terrore le ultime ore prima della morte vedendo la macellazione dei propri simili ed espellendo qualsiasi agente patogeno.

L’esistenza stessa dei “wet market” non è più tollerabile, perché alla loro crudeltà – esecranda – si aggiungono i rischi oramai lampanti per salute e sicurezza pubblica. Per questo ho firmato la petizione di Animal Equality che mi ha proposto ieri la mia amica Luana Iacono. Ma saremmo “ipocriti” se declinassimo il “rispetto della natura” solo guardando la punta dell’iceberg, ripulendo le nostre coscienze solo con la firma delle petizioni mondiali per la chiusura dei “wet market”. A ciò, si aggiunga la capacità di mettere in discussione sic et simpliciter la volontà da parte della specie umana di “governare” il mondo animale, restituendolo alla sua natura e alla sua libertà.

Nelle ultime ventiquattr’ore la stampa ha battuto la notizia di una tigre positiva nello zoo del Bronx e di altri sei casi sospetti, tre tigri e tre leoni africani, tutti contagiati da un dipendente dello zoo. Siamo certi che sia corretto il mondo che abbiamo costruito fino ad oggi, tenendo molte specie animali dentro una gabbia, parcheggiate dentro il triste spettacolo di un circo o frustrate all’interno di una boccia d’acqua? Assecondare la natura delle cose è un concetto le cui radici sono più profonde rispetto a battaglie condivisibili, ma in questo momento divenute forse anche troppo semplici.

Il caso della tigre dello zoo del Bronx segue altri quattro casi documentati di animali domestici dove all’inizio dell’infezione ci sarebbe la malattia dei loro proprietari. Ad oggi, gli scienziati sostengono che gli animali non abbiano un ruolo nella diffusione ma possono essere contagiati. Vivendo in ambienti a forte circolazione virale, possono contrarre l’infezione da un essere umano contagiato. Mai come oggi il concetto della tutela degli animali, oltre ad essere un valore, dovrebbe essere un atto di amore autentico.

Michele Mangiafico 

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